I cipressi del Sahara

Crescono nel deserto africano e sono gli ultimi 233 esemplari di Cupressus dupreziana rimasti al mondo. Li ha contati un italiano che ci guida alla loro scoperta.

Sembrano guerrieri dispersi nel deserto. Con i loro rami contorti, i tronchi che in qualche caso superano i quattro metri di diametro, le chiome ampie che si spingono fino a venti metri d’altezza, sono gli unici alberi monumentali presenti nel deserto del Sahara. E sono una rarità. Si tratta infatti degli ultimi 233 esemplari al mondo di cipressi di Duprez (Cupressus dupreziana), piante fuori del comune non solo per la capacità di sopravvivere in luoghi dal clima estremo, ma anche per la straordinaria longevità: i più vecchi hanno 4.000 anni. Siamo in Algeria, nella zona sud-occidentale del Tassili n’Ajjer, esteso e affascinante altopiano che interrompe le sabbie sahariane con un paesaggio aspro e in ospitale, fatto di rocce scure a forma di torri e pinnacoli. A scovare questi alberi, e a dedicare loro il bel libro da cui abbiamo trattole fotografie di questo servizio, è stato Mario Chiapparini, viaggiatore appassionato nonché titolare di Arbotech, azienda bergamasca che da vent'anni si occupa della diagnosi e della cura delle malattie dei grandi alberi. «Da sempre», spiega, «giro il mondo dando la caccia a specie arboree non comuni. Quando ho scoperto questi cipressi sono rimasto impressionato dalla forza che sprigionano, dalla loro incredibile capacità di sopportare condizioni quanto mai avverse. E me ne sono innamorato. Con il fotografo Mauro Pezzotta abbiamo pubblicato un libro, il primo che sia mai stato dedicato loro».
 
Endemici di questa porzione di Sahara,i cipressi di Duprez sono piante “relitte”. Si è cioè scoperto che gli esemplari rimasti sono gli ultimi discendenti di una popolazione molto più numerosa, risalente a 12 mila anni fa. A quell'epoca il paesaggio sahariano era molto diverso: una maggiore umidità e la presenza di fiumi permanenti avevano favorito l’insediarsi di una fauna e di una flora ben più ricche di quelle attuali. Fu una “fase verde”, nella quale di questi cipressi, con ogni probabilità, esistevano intere foreste. Tra i 6.500 e i 3.500 anni fa le cose cambiarono: le temperature estive iniziarono ad alzarsi, diminuirono le precipitazioni e la copertura vegetale cominciò a diradarsi fino ad arrivare allo stato attuale, di quasi totale desertificazione. I cipressi di Duprez sono stati i testimoni silenziosi di questa trasformazione. E sono riusciti a sopravviverle.
 
Distribuiti in un’area di 900 chilometri quadrati, a un’altitudine compresa trai 1.400 e i 1.800 metri, crescono lungo il letto sabbioso di quelli che un tempo furono fiumi, oppure vicino a pozze d’acqua temporanee o permanenti. «La possibilità per le radici di accedere all'acqua», spiega Mario Chiapparini, «è un fattore essenziale per la sopravvivenza di questa specie. Le precipitazioni sull'altopiano sono mediamente di 20-30 millimetri all'anno. Data l’estrema aridità del suolo, l’acqua tende a ruscellare e ad accumularsi in pozze che in genere si asciugano già ad aprile-maggio, oppure penetra e sparisce tra le rocce, dove riesce a mantenersi a lungo in alcune cavità. Dove il suolo lo ha consentito, le radici sono penetrate con tenacia alla ricerca disperata dell’acqua, anche fino a due-tre metri di profondità. In terreni sabbioso-rocciosi le radici formano invece un groviglio superficiale alla base del fusto, oppure scompaiono e ricompaiono di continuo,tanto da poter essere individuate anche a 25 metri di distanza dall'albero cui appartengono. L’altra caratteristica che ha favorito la sopravvivenza dei cipressi di Duprez», conclude Chiapparini, «è la capacità di andare in quiescenza nei periodi climatici sfavorevoli, e cioè di interrompere la crescita, per molti anni, pur continuando a vivere».
 
Una caratteristica comune alla maggioranza degli esemplari è quella di avere la chioma deformata dalle mutilazioni inferte dai nomadi Tuareg, come pure da turisti insensibili, che nelle notti fredde si sono serviti dei loro rami per accendere falò. Nonostante il Tassili n’Ajjer sia stato dichiarato Parco nazionale nel 1972, Patrimonio culturale dell’Umanità dall'UNESCO nel 1982 e Riserva della Biosfera nel 1986, danneggiamenti come questi continuano a essere la norma. «Non solo perché la cultura della conservazione della natura in Africa è ancora agli albori», dice Chiapparini, «ma anche perché sono davvero pochi, persino tra la gente del luogo, a essere consapevoli del pregio di questi alberi. Che se ne stanno lì, ignorati da tutti, come guerrieri di legno sopravvissuti a mille battaglie... È facile immaginare che nelle notti stellate si chiamino tra loro e si raccontino storie senza tempo, parlando di uomini e animali, mentre la brezza dell’altopiano accarezza le loro chiome...». 
 
                                                         
Una guida Tuareg davanti a un esemplare di Cupressus dupreziana, nel Sahara algerino
 
     
                      
 Il fitopatologo Mario Chiapparini alle prese con la misurazione di un tronco. Il diametro, nei cipressi più vecchi, raggiunge i quattro metri.                    
 
 
                                                       
La corteccia molto solcata è una  caratteristica tipica della specie.      
 
 
                       
 I cipressi crescono vicino a pozze d’acqua o nei letti sabbiosi di fiumi oggi asciutti.  
 
   
 
Un rametto con due piccoli coni.                  
 
                                                           
Un esemplare spunta dalle rocce del Tassili n’Ajjer, aspro altopiano situato nel Sahara algerino
 
 
 
 
                                                
Un cipresso interrompe il paesaggio roccioso della zona di Tamrit.
 
 
  Uno scorcio della città di Djanet, oasi del Sahara.                           
                                                                                                                                                                                               
 Un artigiano Tuareg al lavoro  
         
Un’antica porta della città di Djanet realizzata con il legno, durissimo, di Cupressus dupreziana 
                      
 
 Come, quando, con chi andare
IL VIAGGIO. I tour operator toccano l’altopiano del Tassili n’Ajjer soprattutto per vedere le pitture rupestri, per le quali la zona è celebre. Chi volesse affrontare un viaggio di interesse botanico e fotografico può rivolgersi a Mario Chiapparini (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) e Mauro Pezzotta (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), che proseguono le ricerche sui cipressi e sono disponibili ad accompagnare i turisti.
L’ITINERARIO. Si parte da Djanet, oasi sahariana a 2.300 km a sud-est di Algeri, che si raggiunge con un volo interno dalla capitale. Percorsi 20 km in fuoristrada, si affronta una salita a piedi di circa cinque ore. In vetta inizia il trekking sull'altopiano, che dura da cinque a sette giorni. Pernottamento in tenda. I mesi ideali per partire sono febbraio-marzo, per la bellezza delle fioriture e la mitezza del clima.
♥IL LIBRO. I cipressi millenari del Sahara è stato pubblicato con il sostegno della Andreas Stihl Italia, azienda leader nella produzione di motoseghe, e del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche). Costa 20 euro, si può acquistare facendone richiesta agli autori.