CORSO DI ENDOTERAPIA ASSOCIAZIONE FLOROVIVAISTI BRESCIANI

L’endoterapia vegetale e i trattamenti endoxilematici

L'endoterapia si basa sulla capacità di alcuni prodotti fitosanitari di penetrare e di agire all’interno della pianta.
Una irrorazione fogliare o una applicazione con palo iniettore al terreno come anche una irrigazione con una sostanza in grado di entrare nel circolo linfatico della pianta sono tute applicazioni endoterapiche di ampia diffusione. Quella che però comunemente tutti intendono per vera endoterapia è la difesa dell’albero tramite iniezione diretta nel sistema vascolare. Il vero nome di questa applicazione speciale è però quello di trattamento endoxilematico ovvero di applicazione del prodotto fitosanitario direttamente nel sistema vascolare ascendente dell’albero; il tecnico che esegue l’intervento prende infatti in nome di operatore endoxilematico e, seppur non riconosciuto nella forma giuridica dal sistema normativo italiano, a volte si dota di una autocertificazione di categoria che può solo mettere ordine al mercato della difesa delle piante.
L’endoterapia con iniezione endoxilematica prevede l’iniezione diretta nel sistema vascolare del fusto previa valutazione del le condizioni dell’albero e solo dopo calcoli precisi sul tipo di infusione necessaria, sulle diluizioni, sulla dose-pianta. L’applicazione può essere fatta a pressione nulla, a pressione moderata (1,6-2,2 atm), ad alta pressione (oltre 3,0 atm). In Italia i precursori del sistema sono stati, negli anni ’70, gli agronomi della Technogreen SAS di Pievestina di Cesena (*) che misero a punto le prime macchine ad alta pressione e che indirizzarono le maggiori società di fitofarmaci a provare nuove miscele su nuovi parassiti.

 

Le iniezioni endoxilematiche

Quello che intendiamo comunemente per endoterapia, in realtà andrebbe definito con il termine di iniezione endoxilematica. Questo perché il termine di endoterapia comprende non solo le iniezioni nel sistema vascolare dell’albero ma tutti quegli interventi con palo iniettore o con irroratore a base di prodotti sistemici, citotropici e translaminari. Nei primi compendiamo infatti anche le applicazioni di fitofarmaci al suolo che hanno la capacità di essere assorbiti dalle radici e di entrare nel flusso linfatico xilematico, nei secondi i trattamenti con sostanze che hanno la capacità di entrare in qualche strato esterno di cellule del frutto o della foglia, nel terzo le applicazioni che hanno la capacità di penetrare e attraversare l’intera lamina fogliare.
In questo scritto andremo perciò a parlare di iniezioni endoxilematiche ovvero di infusioni che vengono iniettate nel sistema vascolare ascendente della pianta: lo xilema. Il processo si basa sul principio per cui, introducendo una sostanza caratterizzata da proprietà sistemiche direttamente nel sistema linfatico dell’albero, questa si ridistribuisce nella pianta intera.
In realtà non è mai così, perché l’iniezione endoxilematica può interessare solo il sistema linfatico ascendente e mai quello discendente. L’infusione entra infatti nei vasi che trasportano la linfa grezza ascendente alla chioma e mai nei tubi che trasportano la linfa elaborata, in senso contrario, verso la zona radicale. Il particolare non è di poco conto perchè ci fa capire come con questo tipo di endoterapia noi possiamo raggiungere il fogliame ma non la radice. L’applicazione endoxilematica ha però efficacia solo a patto di conoscere molto bene sia l’anatomia che la fisiologia botanica, la fitoiatria, la parassitologia, lo stato del suolo e la condizione climatica.

Gli scopi, oltre che provare l'apparecchio, furono:

1. determinare i tempi per il trattamento;
2. verificare efficacia, fitotossicità e periodo di attività degli insetticidi usati;
3. stabilire dosi e concentrazioni minime, ottimali e massime;
4. determinare l'epoca di intervento più indicata per il trattamento.

 

Le tecniche di iniezione

Metodo ad assorbimento naturale (zero pressione)
Questa metodologia di applicazione sfrutta il normale flusso linfatico dell’albero con cui la soluzione entra in contatto.
E’ il flusso stesso che trascina con sé il prodotto nella risalita verso le foglie.
Si utilizzano sacche e cannule cave di diametro 3-4 mm e l'apparecchiatura comprende anche un ago-puntale forato che collega la sacca al sistema vascolare xilematico attivo.
Per procedere all'applicazione i fori sul tronco vengono praticati ad un'altezza di circa 1 metro da terra utilizzando un trapano elettrico con un'inclinazione di 45°. I fori di applicazione, del diametro variabile di 3-4 mm e profondità nel legno variabile da 3 cm per le latifoglie a 5 cm per le gimnosperme, sono in numero diverso a seconda della circonferenza del tronco e vanno posizionati sulla circonferenza a distanza di 25-35 cm.
Ovviamente, per consentire la caduta per gravità della soluzione antiparassitaria, i fori devono essere eseguiti ad un'altezza inferiore rispetto a dove viene posizionato il contenitore della soluzione. Solitamente si effettuano i fori a 1,5m di altezza e si posizionano le sacche a 2,0 m di altezza.
L’efficienza dell’assorbimento è completamente vincolata alla condizione giornaliera della pianta e questa è sempre legata dalla condizione climatica: una pianta in condizione di stress per freddo o caldo, siccità o eccesso idrico, ventosità o luminosità può far fallire l’intervento ad assorbimento naturale.
L’applicazione senza pressione, con aspirazione naturale della pianta (metodo delle sacche), richiede in condizioni ottimali 6h per l’esecuzione che diventano 24h in condizioni standard.
Per questo motivo il sistema obbliga ad una sorveglianza del cantiere che nel verde pubblico diventa ingestibile.

Metodi a pressione (bassa e alta pressione)
In questo caso la soluzione è iniettata nel sistema linfatico dell’albero con pressioni di 1,5-2,0 atm (bassa pressione) e fino a 7,0 atm (alta pressione).
L’applicazione prevede l'introduzione forzata del prodotto all'interno del tronco tramite iniettori di diversa natura ma sempre provvisti di una pompa che preleva la soluzione da un serbatoio e fornisce il liquido sotto pressione ad un numero variabile di condotti di distribuzione, ciascuno dei quali collegabile ad un dosatore volumetrico di iniezione collegato ad una cannula cava (di plastica o di ottone).
Anche in questo caso i fori sul tronco vengono praticati con un normale trapano elettrico; il numero di fori e la loro altezza da terra sono in funzione del diametro del tronco, della presenza di ferite, nodi, costolature, ecc. I fori hanno un diametro di 4-6 mm e raggiungono una profondità che può arrivare fino a 5-6 cm.
Durante l'iniezione un manometro permette di misurare e regolare la pressione di esercizio, che di norma è di 1,8-2,0 atm per la bassa pressione e di 5,0-6,0 fino a 7,0 atm per l’alta pressione.
Con questa metodologia di applicazione la velocità di assorbimento del prodotto è meno influenzata dalle condizioni ambientali e dipende molto dalle caratteristiche fisiologiche dell'albero, ossia dal suo vigore.

 

L'anatomina e la fisiologia della pianta

Se non si conosce come è fatto e come funziona l’albero, è impossibile comprendere come applicare un’infusione efficiente. Per capirci: un carpentiere vede il legno con un occhio diverso da quello dell’arborista.
Per il carpentiere il legno è un materiale inerte da lavorare, per l’arborista il legno è una componente biologica molto complessa che fa parte di un soggetto vivo e vegeto.
Le infusioni endoxilematiche si applicano al legno attivo cioè nel sistema xilematico secondario lignificato che trasporta acqua e sali in risalita, dalle radici al fogliame.
L’albero cresce ad anelli concentrici che ogni anno vanno a ricoprire l’anello dell’anno precedente.
Occhio però: solo gli anelli legnosi più giovani sono attivi nel trasportare la linfa.
Questo perché dopo un periodo che va dai 5 ai 25 anni (dipende dalla specie botanica e dalle condizioni ambientali) l’anello legnoso perde efficienza linfatica e diventa scheletro inattivo dell’albero, comunemente chiamato duramen.
L’insieme degli anelli legnosi attivi e vitali, cioè capaci di trasportare acqua verso la chioma, prende invece il nome specifico di alburno.
Punto cruciale per l’operatore endoxilematico: individuare e dimensionare l’alburno del proprio “paziente” (ossia l’albero) è perciò indispensabile per evitare di applicare l’infusione nel duramen, rendendola inefficace.
Va ricordato che il legno, ovvero lo xilema legnoso, è vivo solo per poche ore, al massimo per pochi giorni, finchè le sue cellule non perdono il tetto e il pavimento perdendo la struttura della cellula viva e acquisendo quella di una lungo vaso cavo.
Il legno è perciò formato dalla sovrapposizione di migliaia di cellule senza tetto e senza pavimento (trachee) oppure da cellule sovrapposte e forate ma sempre senza vita cellulare (tracheidi).
Il sistema delle trachee è molto più efficiente nel trasportare acqua che non quello delle tracheidi, in cui l’acqua deve continuamente passare da punteggiature o finestrature di varia forma

L’albero costruisce un nuovo anello legnoso ogni anno depositandolo sull’anello legnoso dell’anno precedente.
Ogni anno si forma perciò un nuovo mantello legnoso, dello spessore anche superiore al cm, nei primi anni di vita dell’albero quando la dimensione della pianta è contenuta.
Via via che la pianta invecchia e aumenta di dimensione ecco che gli anelli diventano sempre più sottili ma con una circonferenza via via maggiore.
Un cedro di 10 anni costruisce perciò un nuovo anello anche dello spessore di 1cm e della circonferenza di 50cm mentre un cedro di 100 anni ne forma uno dello spessore di 1mm e della circonferenza anche di 3-4m.
La genesi annuale del nuovo anello legnoso avviene grazie ad un tessuto giovanile delicato e prezioso: il cambio cribro-vascolare.
Se questo muore la pianta muore in pochi anni ma spesso, se viene lesionato, riesce ad autoripararsi producendo nuovo legno di reazione. Questo avviene dopo qualsiasi potatura, dopo l’urto di un automezzo che scorteccia la pianta, dopo il taglio ceduo di un bosco, ecc…
Il cambio è un tessuto giovane, sottile, gelatinoso, formato da cellule frenetiche in continua moltiplicazione. Il cambio ha lo spessore di 1mm ed è posto tra l’anello legnoso più esterno (il più giovane) e la corteccia.
In realtà non è così perché il cambio sta tra l’anello legnoso (lo xilema) e un secondo tessuto linfatico speciale: il floema, posto tra la corteccia e il cambio.

Procediamo dall’esterno entrando nell’albero: cosa troveremo?

• la corteccia (nome vero periderma), che funziona da coperta protettiva dell’albero
• il floema, che trasporta la linfa zuccherina dal fogliame alle radici,
• il cambio, che costruisce ogni anno un anello legnoso sulla sua faccia interna e un anello floematico sulla sua faccia esterna,
• lo xilema, ossia l’anello di legno che trasporta l’acqua dalle radici alla chioma.

 

L’evoluzione: le infusioni in soluzione alcoolica e in soluzione acida

La soluzione alcoolica:
Negli ultimi anni, per ovviare ai problemi di scarsa solubilità dell’infusione, spesso bloccata dalla presenza di resine o di precipitati insolubili, si sono sperimentate le soluzioni alcoliche e quelle acide con alta concentrazione della sostanza. In pratica si iniettano infusioni con il fitosanitario diluito anche al 40% in alcool a 95° etilico. Significa avere un litro di infuso contenente 400cc di fitosanitario e 600cc di alcool puro.
Per capirci: l’applicazione per nebulizzazione del Vertimec EC si fa con soluzioni che contengono 30cc di prodotto in 100l di acqua, l’infusione classica in endoterapia con la concentrazione 100x rispetto alla dose di etichetta si fa con 30cc per litro di acqua, quella in soluzione alcoolica si può preparare con 300cc di Vertimec EC + 700cc di alcool etilico a 95°C (meglio ancora se si utilizza l’alcool metilico, ossia il metanolo). L’iniezione con la soluzione alcoolica permette di concentrare almeno 5 volte la miscela che si applica in soluzione acquosa con intuibili vantaggi nei tempi e nella riduzione dei fori.

La soluzione acida:
In alternativa all’alcool buoni risultati vengono dalla soluzione acida solubilizzando il fitosanitario (es: Neemazal) con il fosfito potassico (es: Kalex) dal 10 al 20% e portando poi a volume con acqua distillata.
In tal caso una miscela-tipo diventa: 200cc Neemazal + 200cc Kalex + 600cc acqua dist. I dosaggi e le miscele nascono comunque sempre da prove e verifiche di campo sia sull’efficienza dimostrata che sui danni potenziali alla pianta.
Per questo motivo si tende ad evitare la pubblicazione di dosaggi e miscele standard e si preferisce che l’agronomo dimensioni ogni volta la formulazione della miscela, il numero di fori di infusione, la dose totale/albero e la dose unitaria per foro.

 

Tecniche di iniezione

Le soluzioni tecniche che il mercato ci offre sono molte ma tutte riconducibili a 3 criteri applicativi:
a) infusione ad assorbimento (zero pressione)
b) infusione a bassa pressione (pressione aggiuntiva fino a 2 Atm)
c) infusione ad alta pressione (pressione oltre le 3 Atm, fino a 7 Atm)
Esistono 100 varianti negli strumenti, più o meno raffinati o violenti nel lavoro, ma in sostanza possiamo dire che l’infusione possiamo metterla a contatto della linfa grezza aspettando che la linfa stessa se la trascini fino alla chioma (a), oppure possiamo iniettarla con una modesta pressione nel foro in modo da spingerla nella prima parte dei vasi aperti e nei vasi laterali alla zona del foro, grazie alle punteggiature delle tracheidi e delle trachee (b), oppure possiamo iniettarla ad alta pressione nel foro preparato dopo averlo sigillato con un particolare tappo-guarnizione attraverso cui iniettare la miscela.
Il primo sistema è il più lento, più gentile, meno invasivo, meno dannoso ma è anche il metodo più legato alle perfette condizioni di fogliazione dell’albero, dell’umidità del suolo (ideale 60%), della luminosità, tra 25.000 e 50.000mila lux, della temperatura (intorno ai 20-22°C in funzione della specie botanica; per esempio 25-30°C nelle palme, 16- 18°C nel faggio ).
Il secondo sistema è il più affidabile, in quanto meno vincolato dalle condizioni perfette del contesto e anche meno danno del metodo seguente.
Può essere applicato con diversi macchinari che vanno dalle bottiglie prepressurizzate, alle pipette caricate a molla, alle bombole collegate ad un compressore o caricabili con una pompa da bicicletta.
Il sistema ad alta pressione ha avuto ampia diffusione in Italia nel primo decennio del nostro secolo per poi ridursi, in questi ultimi anni, in posizione secondaria rispetto ai sistemi a bassa pressione, ormai i più diffusi.
Il sistema ad alta pressione da sempre ha generato aspre critiche da parte dei maggiori arboristi che hanno rilevato nella botta pressoria che arriva anche a 5-6-7 Atm la causa di gravi danni alle pareti dei vasi legnosi con implosioni di alcuni vasi ed esplosione di altri.

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