Il deperimento delle querce

di Marco Pandini

Il problema, conosciuto come deperimento aspecifico della quercia è stato osservato in Europa a partire dal 1739. In Italia si osservavano, già da parecchi anni, isolati fenomeni di declino e morte di individui appartenenti al genere Quercus ma, a causa della frammentarietà delle segnalazioni, il problema non fu preso in sufficiente considerazione. 
A partire dagli anni ’80, tuttavia, cominciò ad assumere dimensioni sempre maggiori, a cominciare dal Parco Nazionale del Circeo e dalla provincia di Viterbo. Nell'Italia nord-orientale il fenomeno è stato inizialmente rilevato nei boschi di Cornuda (TV) e Muzzana del Turgnano (UD).

La prima segnalazione di un fenomeno di deperimento riguardante le querce fu registrata in Germania a metà del ‘700 e in Ungheria a metà dell’800, per poi estendersi in tutti i paesi dell’Europa continentale spingendosi fino agli Stati Uniti d’America. La diffusione del fenomeno si ebbe nel corso del XX secolo quando i boschi di querce presenti nell’Europa dell’est furono colpiti da episodi di morte degli apici  (Marcu 1987), nello specifico arrivarono segnalazioni dalla Russia nel 1967 e dalla Romania nel 1971. Nella Gran Bretagna fu segnalato per la prima volta nel 1989.

Su scala europea la farnia (Quercus robur) risulta essere la specie quercina maggiormente colpita. Nel nostro paese il deperimento sopraccitato si affianca con analoga importanza nelle zone centrali e meridionali quello del cerro (Quercus cerris) e, in misura minore, del farnetto (Quercus frainetto) e della roverella (Quercus pubescens). Per ora non sono mai stati registrati in Italia episodi riguardanti la rovere (Quercus petraea), specie che invece risulta essere colpita nell’Europa Centrale.  
Il “deperimento della quercia”, è causato dall’interazione e dalla concatenazione di vari fattori sia biotici che abiotici.

I sintomi sono: microfillia; necrosi delle foglie dei rami e delle branche; trasparenza della chioma; essudati dal tronco; infestazione di funghi e insetti lignivori, deperimento generale. Nei giovani individui di 20-30 anni di età e in condizioni di stress, l’avanzamento del deperimento è rapido e porta alla morte anche in una sola stagione vegetativa. Negli esemplari più maturi il deperimento è lento e può compiersi in diverse stagioni vegetative. 
Uno dei tipici sintomi macroscopici è il formarsi di rami epicormici lungo l’intero fusto. Le ricerche attribuiscono le cause ad una serie di fattori sinergici tra loro che influiscono sia in sequenza ma anche contemporaneamente.  

Il problema ha un grande numero di varianti e di fattori coinvolti sia di predisposizione, sia incitanti e sia di contributo quali: stress idrico, insetti xilofagi e defoglianti, infezioni virali e fungine, insufficiente drenaggio, inadeguata fertilità del suolo, inadeguatezza dei suoli, pH elevati, carenze nutrizionali, squilibrio nei macro e microelementi, squilibrio nei rapporti N/P e N/Mg, inquinanti atmosferici, eccessiva radiazione solare, bruschi cambiamenti nel bilancio idrico, abbassamento della falda, siccità, salinità, insufficienti riserve di amido, prolungato periodo vegetativo, diminuzione della vitalità delle radici assorbenti, anomale variazioni dello stato di micorrizazione, difficoltà della fotosintesi.

Su tutti, le due malattie fungine più presenti sulla quercia sono il mal bianco (ag. Microsphaera alphitoides) e l’antracnosi (ag. Apiognomonia quercina), anche se si sono rilevate altre crittogame quali: Diplodia mutila, Hypoxylon mediterraneum, Ceratocystis spp., Fusicoccum quercus, Phomopsis quercella, Armillaria spp., Phytophtora cinnamomi, Fusarium eumartii, Cytospora intermedia, Diaporthe spp., Phleba spp., Phomopsis quercina, Polyporus spp., Stereum spp., Trametes spp., Colpoma quercinum. 

L’esame delle sezioni trasversali e longitudinali del tronco di piante deperenti ha rilevato, in corrispondenza delle fessurazioni, la presenza di necrosi cambiali e di imbrunimenti maculari riguardanti soprattutto le cerchie legnose più esterne. Spesso si nota inoltre una riduzione globale di crescita visibile attraverso l’osservazione dei modesti incrementi degli anelli legnosi annuali.

Per quanto riguarda i fattori ambientali, un discorso particolare va riferito alle alterazioni dell’apparato radicale. Da molto tempo, infatti, gli studi condotti su diverse specie arboree interessate da fenomeni di deperimento hanno dimostrato che la rarefazione delle radici e la degradazione dello stato della micorrizazione sono correlati con un elevato grado di decadimento. Il degrado dell’apparato radicale assorbente si ripercuote inevitabilmente sullo stato di salute di tutta la pianta. Nella catena degli eventi sembra che lo anche stress idrico sia un fattore scatenante primario che pare favorisca poi l’attacco dei lepidotteri. A tal proposito bisogna ricordare che le ultime annate, sia nel periodo primaverile che in quello estivo e autunnale, sono state particolarmente calde e asciutte al punto che le sempreverdi hanno mostrato stress idrico addirittura in inverno.

Va ben ricordato che il deficit idrico, se ripetuto negli anni e accompagnato da alte temperature estive, ha un impatto negativo soprattutto sulla farnia, la più igrofila tra le querce.
Esso provoca fenomeni di defogliazione naturale, in quanto gli alberi si privano dei loro organi di traspirazione per affrontare l’emergenza. Lo stress idrico ha molti effetti dannosi sugli alberi: riduce l’espansione cellulare, la fotosintesi, la respirazione e l’assimilazione di nutrienti.
Il fenomeno di deperimento delle querce, ormai conclamato, nella stragrande maggioranza dei casi, purtroppo, porta alla morte degli esemplari più stressati, mentre, in rari casi, si è notato, in concomitanza con le stagioni più favorevoli, una ripresa dei soggetti coinvolti. 

Bisogna ricordare che, in un discorso evolutivo più ampio, le querce, dal punto di vista della sistematica e della loro distribuzione sul territorio, per loro caratteristiche strutturali, morfologiche e riproduttive, risultano essere un genere piuttosto primitivo e nell’ambito delle angiosperme, rappresentano un taxon indubbiamente arcaico.

Dott. Marco Pandini