Medici senza rete

Gli interventi di potatura “in quota” sono l’aspetto più appariscente del lavoro di tecnico-fitopatologo di grandi alberi. A Villa Carlotti Canossa, sul Lago di Garda, un maestoso cedro del Libano è stato visitato e sottoposto alle cure necessarie. Lo abbiamo documentato

Da un lato le pareti scoscese del Monte Baldo, dall’altro le acque del Lago di Garda increspate da venti forti e imprevedibili.

Siamo a Scaveaghe, località vicina a Garda dove si trova Villa Carlotti Canossa con il suo splendido parco, edificata a metà del Sedicesimo secolo su un’antica limonaia e completamente ristrutturata attorno al 1860 da Giacomo Franco. L’architetto si occupò anche del parco, riconvertendo l’agrumeto e parte dei campi tenuti a vite e olivo in un giardino con ampie terrazze, aiuole fiorite, viali di palme e cipressi, macchie impenetrabili e un grande tappeto verde che congiunge villa e lago. Attuale proprietario e diretto discendente della grancontessa Matilde, è il marchese Sigifredo di Canossa che, assieme alla moglie Maria Ghilla Gaetani, vive a Scaveaghe con grande passione, perché la tenuta ancora oggi rappresenta il punto di incontro ideale per tutta la famiglia.

In questi ultimi anni villa e parco stanno vivendo una nuova giovinezza grazie all’intervento del marchese che, aiutato dal cugino Lucio Lovato, architetto, ha riportato agli antichi fasti l’edificio, l’orangerie, le statue, l’approdo, l’oliveto e il parco. Consapevole del valore degli alberi centenari e del loro ruolo nel paesaggio lacustre, Sigifredo di Canossa ne affida la cura a esperti fitopatologi. «Nell’estate del 2003 ho vissuto un’esperienza sconcertante, che non voglio ripetere: nel giro di 15 giorni sono morti 90 abeti rossi, colpiti da Ips typographus, un vorace coleottero», racconta il marchese. «Li ho lasciati apparentemente sani e dopo un’assenza di due settimane li ho trovati quasi completamente gialli».

L’importante è prevenire

Può capitare. Alberi con la chioma intatta talvolta nascondono patologie che si manifestano con violenza e all’improvviso. «La migliore difesa contro insetti e crittogame», sostiene Mario Chiapparini, titolare di Arbotech, azienda specializzata in interventi delicati su grandi esemplari, «è la prevenzione, ovvero il miglioramento delle condizioni chimico-fisiche del suolo, allo scopo di rinforzare le difese naturali della pianta». Ai primi sintomi di sofferenza è comunque bene valutare che non ci siano patologie in atto. Così, quando nel parco di Villa Carlotti Canossa un monumentale Cedrus libani di 150 anni ha iniziato a perdere più aghi del solito e a far seccare più del dovuto piccoli rami, i proprietari hanno interpellato i tecnici di Arbotech. Gardenia ha seguito il loro intervento passo passo, osservando come si esegue una diagnosi e come si interviene.

Dopo attenta osservazione della chioma e del tronco, Mario Chiapparini ha considerato improbabili eventuali attacchi di parassiti, ma per esserne certo ha effettuato una serie di esami. Ha inserito in vari punti della circonferenza, per una profondità variabile tra 40 centimetri e un metro, il sondino poco più grande di un millimetro di uno strumento che serve a misurare la densità del legno. L’intervento ha permesso di escludere la presenza di carie o cavità, mentre dall’esame degli accrescimenti annuali su alcune “carote” estratte con il succhiello di Pressler è emerso che lo sviluppo della pianta negli ultimi anni è notevolmente rallentato, segno evidente di sofferenza.

L’esame del terreno

Nei parchi, in genere, il suolo è troppo compatto e asfittico», spiega l’esperto. «Situazione aggravata dalla presenza del prato, che sottrae nutrimento e ossigeno alle radici degli alberi, quasi sempre superficiali»

Nel caso del terreno attorno al nostro cedro, il grado di compattazione, misurato con uno strumento che si chiama penetrologger, si è rivelato alto, e la percentuale di ossigeno presente insufficiente.

Le cure: potature e iniezioni

Escluse patologie importanti, si è passati alle cure, iniziando dalla corretta potatura.

 «L’intervento su un albero così frondoso va eseguito arrampicandosi sulla pianta. È un’operazione delicata che richiede grande esperienza: si eliminano i rametti secchi e spezzati e quelli che ombreggiano la fronda sottostante. Deve trattarsi di interventi minimi, da valutare con pazienza certosina volta per volta», spiega il tree climber Graziano Gardumi. Assicurata così una maggiore attività fotosintetica, si procede con specifiche microiniezioni fertilizzanti, iniettando il liquido contenuto in apposite capsule nel sistema di trasporto della linfa, situato pochi millimetri sotto la corteccia. Infine, per rendere il terreno aerato, fertile, vitale e ricco di microrganismi, sull’apparato radicale sono stati apportati circa 2.000 litri di una soluzione contenente acidi umici, batteri, micorrize e fertilizzanti. È così che a un anno di distanza il cedro del Libano è tornato a dominare il parco e le acque del lago.

 

di Maria Cristina ZaZa
foto di Matteo Carassale